We are human after all

Eh sì, siamo umani dopo tutto. E in quanto umani possiamo essere fragili ma al tempo stesso capaci di rinnovarci. Come abbiamo scritto in un precedente post, stiamo vivendo una nuova normalità.

Ognuno di noi qui in Liqueedo sta sperimentando una nuova dimensione, un nuovo spazio nel quale provare a riorganizzare le nostre vite (non solo professionali).

E allora abbiamo deciso di raccontare come stiamo vivendo questo periodo che, se non fosse triste, potremmo definire bizzarro. Con questo post vogliamo mostrare il nostro lato umano, che a volte la velocità del nostro lavoro sembra spingere verso un angolino.


Avete mai provato la sensazione di vivere in una scatola? Nemmeno io, almeno fino a un mese fa.

Con l’inizio di questa quarantena si sono sensibilmente ridotti gli orizzonti fisici della mia quotidianità. Gestire Liqueedo mi ha sempre spinto ad avere uno stile di vita molto frenetico, fatto di frequenti viaggi in giro per l’Italia. Ritrovarmi in questa nuova dimensione spaziale – i cui confini sono delineati dalle mura domestiche – mi ha “costretto” a rivedere sensibilmente le mie giornate e i miei ritmi. E questo non è stato necessariamente un male.

Passo le giornate tra lavoro, call con i miei colleghi, allenamento (se così si possono chiamare 20min di palestra a settimana) e letture su temi che sto approfondendo proprio in questo periodo. Avendo più tempo a disposizione mi sono tuffato a bomba sui miei hobby preferiti: la musica e la lettura appunto (ne approfitto per consigliarvi questo libro che ho appena finito di leggere).

Non c’è dubbio che vivo questa nuova esperienza tra alti e bassi, non è facile affrontare la crisi che stiamo vivendo. Ma da ottimista quale sono, sono convinto che questa esperienza aprirà scenari nuovi all’interno dei quali avremo la possibilità di costruire un futuro migliore di quello che stavamo costruendo.

Suona la sveglia delle 8.30.

Continuo ad alzarmi un’ora prima che la mia giornata cominci davvero. Metto su il caffè, faccio colazione e se c’è il sole, mi siedo al tavolino fuori al balcone a guardare intorno la città ferma e i gerani fioriti.

Credo sia il momento che preferisco di questa quarantena, l’unico che mi regala una calma e dei tempi nuovi, che mi insegna a che ora al mattino batte la luce nella mia casa nuova o quando la vicina porta fuori il cane, mentre gli inquilini del piano di sotto già cominciano a litigare.

La mia ora d’aria, quella in cui cerco di misurarmi con la portata enorme di quello che sta succedendo e la difficoltà di capirlo per intero, quella in cui penso a Bruno ancora sotto le coperte che sta per svegliarsi, a mio fratello così lontano e all’abbraccio che darei ai miei genitori, alla vita prepotente che non smette di accadere anche in queste 4 mura, al valore reale delle cose che cambiano cambiando prospettiva, alla paura.

Paura di ammalarmi, paura che si ammalino le persone a me più care, certo. Ma anche paura che niente sarà più come prima, o che tutto sarà dannatamente uguale ad eccezione di noi.

E mi viene in mente una frase letta qualche giorno fa: “Ma non può essere solo questo. Forse è che in questo mondo identico e cambiato, mi sembra ancora più strano che abbia senso quello che faccio. E ho paura che se ne accorga qualcuno.”

Di questa quarantena, allora, mi porterò dietro il sapore delle “pause”, quelle che di solito non ci prendiamo mai, quelle che finito tutto questo ho voglia di riconquistare. Sarà in una di quelle pause che finalmente riabbracceremo gli amici, la famiglia e, perché no, scenderemo tutti in strada a ballare.

Mettiamo in chiaro una cosa: a me stare a casa non è che dispiaccia poi così tanto.

È che l’ho sempre vista come un riparo, il porto sicuro in cui approdare dopo giornate che, tendenzialmente, sono sempre piene di impegni. Ecco, appunto. Forse il rischio più grande è questo, che il concetto di “casa” perda quell’accezione per me così preziosa e diventi la scenografia fissa delle mie giornate.

Per fortuna faccio cose, mi tengo impegnato e per fortuna sono lento, quindi le cose sembrano sempre tante e il tempo sempre poco.

Per fortuna ho un gatto, che mi è capitato per caso e che adesso è l’unico essere vivente con cui sono veramente a contatto e per fortuna siamo nel 2020, che tra le tante contraddizioni ha sicuramente dalla sua un progresso tecnologico che ci permette, almeno, di vedere e sentire tutte le persone care e di tenere in qualche modo un contatto.

Lavoro, faccio e ascolto musica, guardo cose che mi piacciono e mi racconto storie per giustificare la quarantena: sono stato un esiliato politico rifugiato, un agente in missione segreta e il concorrente di un grande fratello in versione meno popolata. E tutto sommato, è ancora tutto sotto controllo.

Quello a cui guardo con maggiore ansia è l’aspetto psicologico della faccenda e, di conseguenza, quello sociologico. Mi faccio un sacco di domande e, come nelle migliori serie tv di cui ci stiamo cibando soprattutto in questo periodo, sono curioso di sapere come andrà a finire. Curioso, ansioso appunto e un po’ spaventato. Ma tutto sommato, è ancora tutto sotto controllo, no?

Se qualche mese fa mi avessero detto che nel giro di poco tempo avrei “stravolto” la mia quotidianità non ci avrei creduto. Per una ragazza di 24 anni come me, abituata a giornate frenetiche tra lavoro, studio e divertimento, ritrovarsi a stare in casa senza vedere amici, fidanzato, nipoti e parenti è davvero dura.

Tuttavia, questa situazione “forzata” mi ha permesso di (ri)scoprire tante cose che nella vita si tendono a considerare troppo scontate, ma che in realtà sono proprio le più significative.

Potrei racchiudere questo concetto nel termine serbo “Mepak”, una parola che ho anche tatuata sulla mia pelle, che significa: “il piacere delle piccole cose”: passare del tempo con la propria famiglia, sentire la mancanza di chi non si può abbracciare, occupare il tempo dedicandolo al lavoro che amo tramite lo smart working, riempire le giornate con i passatempo che ti rendevano felice da bambino.

Tutti questi piccoli gesti quotidiani, alla fine di questo periodo lungo e difficile, ci faranno capire ancora di più quanto è importante la vita. Nel frattempo, vi pongo una domanda: “adesso ditemi, quanto vale un abbraccio?” Per me tanto.

Tutto sommato questa quarantena non è cosi pesante per come me la immaginavo e la mia vita non è cambiata drasticamente, sono pure sempre un grafico.

La giornata in fondo passa come sempre, davanti al monitor in compagnia dei programmi Adobe e di lunghissime playlist Spotify (rigorosamente in cuffia) che si rivelano l’antidoto perfetto contro il rumore assordante dell’aspirapolvere passata da mia madre ogni 10 minuti.  

Da un lato siamo fortunati ad affrontare una quarantena nel 2020. Credo che internet e i social, in questo momento storico , si stanno rivelando strumenti efficaci per affrontare questi giorni pieni di tempo libero, dando spazio alla creatività e alle passioni di tutti noi.

Ora non abbiamo più scuse, non possiamo lamentarci del poco tempo libero a disposizione. Questo momento deve essere per tutti motivo di scoperta, conoscenza e sperimentazione.

Dopo tutto questo credo che ognuno di noi ne uscirà più forte e guarderà la vita con occhi diversi, un po’ come quando Goku uscì dalla Stanza dello Spirito e del Tempo.

Nel frattempo io continuo a fare ciò che mi piace e a chi mi chiede cosa ti manca di più rispondo con: “guardare il mare”. 

Un giorno lo racconteremo ai nostri figli. O forse già li abbiamo e saranno loro a raccontarli alla generazione successiva. E forse quella generazione non si sorprenderà più di tanto, perché mentre glielo racconti sarà in videochiamata con un amico, starà provando nuovi cibi o viaggiando in VR, starà vivendo senza uscire di casa insomma.

Non avrà una socialità reale, nulla di molto diverso da quello che sta succedendo ora. Un aspetto sul quale mi sono soffermato in questi giorni è proprio questo, la mancanza dei legami e l’annullamento della condivisione fisica.

Un modo per rendere il presente meno traumatico è pensarlo in funzione di un futuro migliore, in cui il nostro lavoro possa contribuire a garantire una vita più accessibile a tutti senza condizionare negativamente l’aspetto sociale che questo virus ci sta facendo capire quanto sia essenziale.